Contante digitale: che sta succedendo? E cosa possiamo farne per una nazione uscita dal colonialismo?
Un tema di particolare interesse per l’indipendentismo siciliano è quello della politica monetaria. Nel mondo globalizzato di oggi lo spazio per una politica monetaria autonoma è molto ristretto, e questo bisogna saperlo senza farsi troppe illusioni.
Ancora più serio il problema per una nazione che uscisse da una dominazione coloniale come può essere la Sicilia.
Per dotarsi di una moneta autonoma ed efficace rispetto alle finalità politiche di benessere della società è necessario prima capire di cosa stiamo trattando.
Da anni mi sono occupato di moneta, ma ora lo scenario sta cambiando. Il rischio è di capire bene qualcosa che ormai non c’è più, o si avvia a non esserci più.
La grande novità degli anni che verranno è il “contante digitale”. In questa nota cerchiamo di capire di che si tratta, e come questo possa interessare alla nostra causa nazionale.
Che cos’è il “contante digitale”? Lo possiamo definire un nuovo tipo di contante, emesso dalle banche centrali esattamente come il contante tradizionale. Come il contante tradizionale è emesso dalla banca centrale e circola nel sistema come una moneta qualunque. Con una piccola grande differenza: è dematerializzato. Attenzione! Nel nostro ordinamento ancora non esiste, ma è dappertutto in fase di studio. Si può anche pensare che uno stato di nuova costruzione, come potrebbe essere una Sicilia indipendente, non abbia neanche problemi di conversione dall’attuale regime, potendo partire da subito, se questo giova al benessere sociale, con il nuovo strumento.
Questa nuova moneta un po’ asseconda una tendenza secolare nell’evoluzione della moneta, un po’ rappresenta un “passo indietro”. La tendenza secolare è quella ad economizzare l’uso di moneta fisica. La stessa nascita e diffusione delle banconote, atrofizzazione di antiche cambiali, è avvenuta in questo segno. La moneta bancaria che è seguita, prima anch’essa fisica (trasmessa per mezzo di assegni o di bonifici fisici), poi digitalizzata, si è mossa sempre più in questa direzione. È un fatto che il contante tradizionale, anche perché sempre più osteggiato dai moderni ordinamenti, si è ridotto moltissimo rispetto alla moneta bancaria di emissione privata. Ma, anche senza l’aperta ostilità degli ultimi anni, la sua contrazione in passato è stata un fenomeno diffuso e relativamente spontaneo nei mercati, perché questo rispondeva ad un’esigenza pratica di non immagazzinare o trasportare o assicurare volumi troppo ingenti di moneta fisica. All’interno di questa, a sua volta, la quasi totalità è da tempo costituita da moneta fisica cartacea, mentre la moneta più tradizionale, quella metallica, con la quale è iniziata millenni addietro la storia monetaria per come la conosciamo, è ormai ridotta alle cd. monetine divisionali, del tutto trascurabili.
In questo senso il contante digitale si trova nel corso di questa lunga storia, perché rappresenta un sostituto radicale di tutte le altre monete, e quindi anche del contante fisico, anche se non è affatto detto che la sua comparsa debba determinarne la scomparsa, e su questo gli stessi addetti ai lavori sono abbastanza concordi.
Per contro, però, la storia della moneta è anche la storia di una progressiva privatizzazione della sua emissione; privatizzazione che ha fatto sfuggire dalla banca centrale, e quindi dallo stato, sia la funzione di regolatore esogeno del mercato monetario, sia il beneficio economico del reddito da signoraggio, per consegnarlo al capitale privato. Il contante digitale, per contro, in quanto contante, riporta indietro le lancette della storia, restituendo potenzialmente allo stato la responsabilità e i benefici di un’azione così importante come quella dell’emissione monetaria.
In una parola, quindi, il contante digitale è tanto rivoluzionario quanto reazionario.
Questo strumento influenza tanto il sistema nazionale dei pagamenti, quanto i pagamenti transfrontalieri all’interno del sistema globale dei pagamenti. La Sicilia noi la pensiamo oggi come una regione del tutto integrata all’interno del sistema italiano e del sistema europeo dei pagamenti. E, in qualche modo, non è all’orizzonte una completa fuoriuscita dall’area economica comune, anche se fosse uno stato indipendente, e anche se non aderisse come stato membro dell’UE, perché comunque le integrazioni di fatto o economiche sono così rilevanti che in qualche modo continuerebbe a farne parte, almeno per quanto riguarda le transazioni in euro (finché questa valuta, ovviamente mantenga la sua esistenza e stabilità, non volendosi ad oggi esaminare scenari diversi, mai da escludere). Ma certamente, rispetto all’Italia, avverrebbe uno sganciamento che comporta anche un costo psicologico, costo ma anche opportunità: quella di considerare la Sicilia come paese a sé, impone la necessità di pensare ad un proprio “sistema nazionale di pagamenti”, dove la Nazione questa volta è la Sicilia. Il contante digitale va quindi rapportato al sistema nazionale siciliano di pagamenti.
Nell’attuale sistema economico le monete in circolazione sono le seguenti (escluso appunto il contante digitale in fieri di cui si sta discutendo):
- Il contante tradizionale: monete e banconote;
- I depositi in c/c presso le banche commerciali;
- Le riserve delle banche commerciali presso la banca centrale (non accessibili al grande pubblico);
- Attività emesse da private ed usate come moneta, anche se su base strettamente fiduciaria, tra le quali quelle basata sulle tecnologie block-chain: le criptoattività e le stablecoins.
Tolta l’ultima categoria, che è priva di valore legale, e considerato che la prima e la terza sono emesse dalla banca centrale (o qualche volta dagli stati, ma su autorizzazione della banca centrale, come accade spesso per le monete metalliche, e qualche volta, più raramente, per le banconote), la moneta in circolazione è divisa in due grandi ambiti: la moneta della banca centrale, e quella delle banche commerciali.
Da un punto di vista formale, in verità, spesso ci si riferisce alla moneta emessa dalle banche commerciali come “moneta fiduciaria”, priva quindi del valore legale. Ma questa è ormai soltanto una finzione e un’incrostazione storica, stante il fatto che è la stessa legge che, per quasi tutte le transazioni di un certo livello, ne impone l’uso e per contro dà comunque valore liberatorio per l’adempimento delle obbligazioni all’uso della moneta bancaria privata. Ad ogni modo, in verità, questa moneta, essendo del tutto intercambiabile a richiesta con le altre, mantiene una residuale componente di debito, per il perdurante obbligo di traduzione delle stesse in riserve nelle transazioni interbancarie o, più raramente, per la richiesta di contante da parte della clientela in cambio della stessa. Questa residuale natura di debito non ne altera, tuttavia, la natura sostanzialmente fiat e irredimibile, ormai largamente prevalente.
Anche le attività emesse dai privati spesso acquistano valore solo in ragione della loro accettazione e non implicano in genere un debito degli emittenti per la loro conversione in monete di altra specie, sebbene sia necessario che questa trasformazione sia libera e ricorrente senza troppi costi affinché si possa parlare di questa moneta fiduciaria come moneta propriamente detta, e non come attività qualunque (commodity). In ogni caso non hanno natura di debito le criptoattività, in cui consiste la più interessante categoria delle stesse.
Per antico “pregiudizio” l’emittente considera queste monete come “passività”, persino nel caso dello Stato con le monete metalliche. In realtà in altra sede si è dimostrato che l’emissione di moneta non è debito ma rappresenta una variazione patrimoniale attiva di reddito (cioè essenzialmente un ricavo) per l’ente emittente nella quasi totalità dei casi. Ma questo tema, oggi, resta sullo sfondo. L’emissione di contante digitale sarebbe ricavo per chi lo emettesse non meno del contante fisico, ma – con ogni probabilità – sarebbe ancora contabilizzato come passività delle banche centrali per le modalità “fossili” di contabilizzazione delle emissioni monetarie.
Più esattamente, e per non doverci tornare in seguito, sebbene tutte le suddette monete siano considerate come debito, in realtà, le monete, le banconote, le riserve emesse dalla Banca centrale, una quota prevalente dei depositi bancari creati dalle banche commerciali e le criptoattività create con la tecnologia blockchain sono semplicemente ricavi per chi li emette, mentre restano debiti una quota minoritaria dei suddetti depositi bancari, nonché tutte quelle “monete” emesse da istituzioni non bancarie, come le monete elettroniche di ogni tipo, che danno titolo ai possessori a pretendere dagli emittenti depositi bancari, e indirettamente, quindi, contanti. Anche per queste ultime, tuttavia, si può ipotizzare la possibilità di presenza di una quota (minoritaria?) sostanzialmente irredimibile e quindi avente natura di ricavo ovvero, detto altrimenti, di variazione positiva del patrimonio netto. Il contante digitale sarebbe ricavo ovviamente, e non debito, per l’emittente.
Tutte le monete emesse dalla Banca centrale (e qualche volta dallo Stato in prima persona) sono definibili come “moneta pubblica”. E il contante digitale sarebbe per questo non meno pubblico. Quelle emesse da banche e altre istituzioni sono definibili come “moneta privata”, poco importa se espressa nell’unità di conto della moneta pubblica, come i depositi bancari e la moneta elettronica, ovvero con propria unità di conto, ancorché convertibile, come le criptoattività (compreso il suo sottoinsieme degli stablecoins, cioè criptoattività dal valore non volatile, in quanto stabilizzato su quello di una moneta legale, o su un paniere di monete legali).
Un’ultima classificazione è tra le monete “digitali” e “fisiche”. Oggi tutte le monete, pubbliche o private, compreso l’emittendo contante digitali, sono dematerializzate o digitalizzate, con l’unica ovvia eccezione del buon vecchio contante fisico, metallico o cartaceo che sia.
Il “buon vecchio” contante fisico gode anche di altre interessanti proprietà, che lo rendono sempre appetibile, nonostante i suoi noti costi e inconvenienti, in termini di sicurezza, trasporto, etc.: anonimità, accettazione universale, mancanza di interessi, scambiabilità immediata senza bisogno di intervento di una terza parte. Queste proprietà mantengono tutta la loro importanza, e per questa ragione una nuova nazione non potrà mai fare a meno di un contante fisico, anzi – forse – su base interna è proprio da questo che dovrebbe partire.
Il valore di tutte le monete è dato unicamente dalla loro accettazione da parte del pubblico. Persino nelle monete metalliche ormai il valore intrinseco è trascurabile, mentre è del tutto nullo nelle banconote e nelle molteplici forme di moneta digitale. Il tempo delle monete dotate di valore intrinseco (oro e argento soprattutto) è definitivamente tramontato o comunque del tutto marginale e confinato in ogni caso alla funzione monetaria della “riserva di valore” e non più a quella di “mezzo di scambio”.
Per garantire il sistema nazionale dei pagamenti la banca centrale deve garantire quanto meno una certa stabilità nel valore della moneta, sia sul piano interno, sia su quello esterno. A loro volta, i “privati”, banche o non banche, emettono strumenti monetari che non possono che avere rapporti alla pari, uno a uno, con la moneta emessa dalla banca centrale.
Per le monete emesse dai privati non bancari preferiamo parlare di criptoattività e non del più comune termine di criptovalute, perché nonostante queste siano state introdotte per far concorrenza al contante, di cui condividono alcune proprietà di quelle sopra enunciate (anonimato, accettazione, non necessità di un terzo per eseguire la transazione), mantengono più i caratteri della attività non monetaria, o meglio dello strumento finanziario, che non quello della moneta, quanto meno nei casi più noti e ricorrenti (Bitcoin, Ether, etc.). Il fatto che siano usate “anche” come moneta per scambiare beni e servizi le avvicina alle monete, ma allo stesso tempo, per la loro volatilità, sembrano piuttosto strumenti finanziari usati come moneta, come potrebbe accadere in casi eccezionali se qualcuno usasse altri titoli (azioni, obbligazioni, strumenti derivati, titoli di debito pubblico) per adempiere obbligazioni: più un baratto che una transazione monetaria vera e propria.
Quando la criptoattività stabilizza il proprio valore come le stablecoins, allora, sì, la concorrenza al contante vero e proprio diventa davvero seria, e quindi minacciosa per le autorità monetarie, tanto più quanto più queste monete private fossero realmente globali, e quindi dotate di una accettabilità più ampia di quella delle migliori valute nazionali. La minaccia di lanciare la “Libra” di Facebook (ora in corso di implementazione con il nuovo nome di “Diem”) ha suonato come un campanello di allarme al quale non potevano mancare le reazioni.
In un certo senso il contante digitale è la risposta “nazionale” alla sfida delle valute digitali private.
Tecnologicamente può essere una semplice apertura delle “riserve” al grande pubblico, e quindi gestite in modo accentrato nel mastro della banca centrale, ovvero potrebbe essere gestita con i mastri diffusi della blockchain, ma non cambierebbe nulla sostanza. Le varianti sono tante. La Banca centrale può distribuire tale contante direttamente al pubblico, o può servirsi di intermediari specializzati, può essere veramente aperta al pubblico, o riservata a grandi operatori come strumento di regolazione delle rispettive partite. In ogni caso, perché sia vera moneta e non un nuovo tipo di strumento finanziario, deve essere convertibile ad libitum con le altre monete esistenti: il contante fisico e la moneta bancaria privata. In fondo le esistenti riserve presso la banca centrale sono già un “contante digitale”, seppure in una doppia ristretta accezione: sono un contante “all’ingrosso”, cioè riservato solo a determinati operatori, tipicamente le banche, e sono fondate su tecnologia tradizionale accentrata da un punto di vista contabile. Il contante digitale può essere “a mastri decentrati” (blockchain) e “al dettaglio”. Ed è soprattutto il contante digitale al dettaglio la grande rivoluzione/reazione possibile: si inondano famiglie ed imprese di banconote virtuali, togliendo spazio (ma non necessariamente sopprimendo) ai depositi bancari. Il contante digitale può essere accentrato (account-based) o a mastro diffuso (DLT-based), in quest’ultimo caso accessibile solo a un numero ristretto di privati consorziati, ovvero consultabile pubblicamente.
Il contante digitale può preservare persino la proprietà dell’anonimato del contante fisico, se incorporato in uno strumento (token) disponibile al portatore, con o senza limiti di contanti contenibili in ciascun token. Se la banca centrale emette contante digitale all’ingrosso e lo riserva però a degli intermediari che, a loro volta, emettono moneta elettronica per il pubblico, l’impatto è assai limitato, giacché si è creata semplicemente una nuova forma di deposito e di riserve, magari anonime, ma non diverse da quelle attuali. Il fatto che gli intermediari debbano tenere il 100% dei loro strumenti coperti dal contante digitale “all’ingrosso” fa equivalere questo sistema al cosiddetto narrow-banking, in cui le banche non creano più moneta, ma si limitano ad intermediarla (in questo caso il 100% della moneta emessa dalle banche o intermediari, è realmente un debito e non un ricavo).
Sotto il profilo della anonimità, quindi, la moneta digitale può essere, o può anche non essere tale. Si tratta di una scelta politica a farsi. Si noti che tutte le controindicazioni solitamente portate contro il contante fisico cadono di fronte al contante digitale anonimo; tutte, naturalmente, tranne i rischi di riciclaggio, traffici illeciti, etc. che sono il prezzo ovvio da pagare per avere il beneficio dell’anonimato.
Sotto il profilo della disponibilità si può avere sia la versione che funziona solo nelle ore di apertura della banca centrale (come per i depositi bancari e gli orari di banca), ma anche – ovviamente – nella versione h24x7g.
Sotto il profilo dell’interesse il contante digitale può essere emesso sia senza interessi (come l’attuale contante) sia con.
Sotto il profilo della trasferibilità può essere immediata tra i partecipanti alla transazione, come il contante, o può vedere la presenza di un intermediario.
Sotto il profilo dei limiti massimi si possono porre, ovviamente, come per il contante.
Il fatto che il contante digitale possa avvicinarsi, fin quasi a coincidere, con le proprietà del contante fisico, potrebbe portare ad una fuga dalla moneta bancaria privata, a meno che questa, per sopravvivere, non reintroduca anche un modesto interesse sui depositi bancari, oggi scomparso.
Il grande vantaggio sarebbe quello di “schiantare” il ruolo dei privati nell’emissione della moneta, recuperando sovranità e stabilità finanziaria. Ci potrebbero essere però altri vantaggi ovvero svantaggi da ponderare con attenzione.
Sui vantaggi si è detto molto e c’è poco da aggiungere: maggiore efficienza nel sistema dei pagamenti, minori costi, snellimento nei pagamenti internazionali, maggiore efficienza nella raccolta dei tributi, riattribuzione al pubblico del signoraggio, etc.
Bisogna stare anche attenti agli svantaggi, essenzialmente i seguenti.
Il primo è che il pubblico potrebbe abbandonare del tutto la moneta bancaria, causando il default di banche ormai tarate su questo business, e quindi creando instabilità finanziaria. Il sistema potrebbe anche “reggere”, ma il rischio di una corsa agli sportelli (il “run”) sarebbe così molto più elevato, determinando instabilità finanziaria. La moneta bancaria potrebbe sopravvivere, dando un interesse ai depositanti, ma questo potrebbe a catena aumentare in generale il costo del credito e deprimere gli investimenti. L’opportunità di sostituire la moneta bancaria potrebbe risolversi in un’ulteriore compressione del contante fisico, la cui sopravvivenza va a mio avviso salvaguardata. Per contro la caratteristica desiderabile dell’anonimato potrebbe essere aggirata, ma al contempo essere sovrautilizzata rispetto all’attuale uso del contante, con qualche problema di legalità. La facilità di uso e conversione potrebbe determinare una fuga verso valute estere. Gli eventuali insuccessi potrebbero deteriorare l’immagine e quindi la credibilità delle autorità monetarie. E infine bisogna accertarsi che il lancio di questa iniziativa disponga dell’infrastruttura tecnologica, legale, di risorse umane, etc. che garantisca un efficace controllo del processo.
Tuttavia, non pare che nessuno di questi rischi con la dovuta attenzione non possa essere tenuto sotto controllo.
Come si è detto il contante digitale può essere basato sul “conto” o sul “token”. Nel primo caso c’è ancora meno privacy di quella attuale sui conti correnti. Persino la stessa banca mondiale esprime questa preoccupazione: “Ciò potrebbe significare che, diversamente dal corrente contesto, dove ogni intermediario è in grado di vedere solo un sottoinsieme di transazioni condotte, nel contesto del contante digitale, una sola azienda – la banca centrale – può vedere tutte le transazioni che fa un utente. In alcune giurisdizioni, ciò potrebbe anche significare che il governo ha accesso a tutta questa informazione. Non ci si può nascondere il pericolo totalitario che si nasconde dietro questa “innovazione”. Esistono anche degli strumenti tecnici per evitare questa deriva. Ad esempio gli intermediari, nel comunicare i dati degli utenti possono usare codici criptati per la banca centrale, decriptabili solo in caso di indagini penali o cose del genere. Ma ci vuole una volontà politica in tal senso. Naturalmente la soluzione migliore è quella del contante digitale incorporato in un token al portatore, come il buon vecchio contante. Naturalmente la singola transazione, anche se anonima, resta tracciata nel luogo, nell’importo e nel token usato, aiutando gli investigatori, se necessario, a risalire agli autori per mezzo di altri indizi, ma solo se strettamente necessario. Questo potrebbe limitare grandemente le distorsioni spesso paventate, per azioni terroristiche, riciclaggio e simili. In ogni caso si possono mettere limiti alle transazioni in contanti, o alla velocità e numero di transazioni, per ridurre al massimo i rischi in tal senso.
Diventa di fondamentale importanza sviluppare applicativi per questi portafogli elettronici. Non sembra prudente in ogni caso una sostituzione totale di tutti gli altri attuali sistemi di pagamento.
I problemi e le opportunità dal punto di vista tecnologico sono molti e non si possono facilmente riepilogare. Diciamo che tutta la scelta gira intorno all’anonimato o no dello strumento. Il rischio di abolire semplicemente ogni forma di anonimato, se lo strumento è dato a governi rozzi e illiberali come quello italiano, è vero e reale. Anche nella Sicilia che vogliamo bisognerà stare attenti a questo tipo di deriva.
Un’altra particolarità tecnica è quella di poter portare o no interessi. Naturalmente sarebbe preferibile che non lo avessero, senza arrivare però al demurrage, che determinerebbe una fuga dallo strumento, e quindi al suo insuccesso. Ancora, non è affatto detto che il contante digitale debba essere emesso con i “mastri dirstribuiti”, o con la blockchain. Si tratta davvero di un aspetto del tutto secondario inutilmente pompato da chi si innamora più della tecnologia, che dell’uso sociale che di questa viene fatto. Ci sarebbe anche il problema di studiare la possibilità di transazioni off-line, se va via la luce o la connessione internet, per rendere lo strumento davvero appetibile e simile al contante fisico.
Problema e opportunità al tempo stesso è però una caratteristica fondamentale che distingue il contante digitale da quello fisico: la “programmabilità”.
L’emittente, specie in momenti di crisi, può erogare immediatamente il contante nelle tasche di cittadini e imprese lo strumento, con una specie di helicopter money, e può vincolarlo a un certo tipo di spese, che sono quelle che consentono la ripresa, mentre può inibirlo per spese indesiderate.
Questo aspetto è pero rischiosissimo per la libertà individuale, specie se il contante digitale è in grado di sostituire per intero altre forme di moneta. Il governo potrebbe condannare, infatti, i cittadini a seguire modelli di spesa decisi in via politica, con qualunque pretesto, che sia una crisi sanitaria o ambientale, e introdurre per questa via un modello di credito sociale, per il quale chi non si adegua non riuscirebbe a spendere più un centesimo dei propri stessi soldi! Per questa ragione va rimossa, anche se tecnologicamente possibile, ogni condizionalità o programmabilità nell’uso di questa moneta, e vanno preservati limiti minimi di uso al contante fisico, che costituisce l’argine ultimo e ineliminabile per la libertà individuale contro il controllo totale. Ancora una volta la questione non è tecnologica, ma di scelta politica.
In sintesi, oggi esistono diversi tipi di monete nel mondo. Si va dalle tradizionali monete e banconote (il contante fisico), alle riserve presso la banca centrale (l’unica moneta non accessibile al grande pubblico), alla moneta privata emessa delle banche (essenzialmente i depositi), a quella emessa da altri operatori o moneta elettronica (in genere coperta al 100% da moneta bancaria e senza interesse), anche “sintetica” (cioè moneta elettronica solo per usi interbancari e coperta unicamente da riserve presso la banca centrale), a quella emessa fuori da ogni vigilanza, come le criptovalute, espresse in propria unità di conto, che diventano “stablecoins” quando ci sono strumenti che ne limitano la volatilità del valore.
Rispetto a queste forme esistenti il contante digitale è in astratto nient’altro che la digitalizzazione del contante fisico. I vantaggi nella sua emissione e produzione possono renderlo uno strumento importante, ancorché non esclusivo, per una giovane nazione che si dotasse di una propria valuta, ma con qualche rischio di “fuga” verso valute più stabili che va attentamente valutata e ostacolata.
Il carattere tipico è che l’emittente è pubblico, quindi il relativo reddito di emissione, il signoraggio, resta in mano pubblica: può essere una banca centrale pubblica, e tipicamente lo è, ma può essere emesso direttamente, se ci sono le relative competenze, anche da un dipartimento specializzato del Tesoro pubblico.
Per il resto è uno strumento relativamente neutrale, i cui obiettivi in termini di sovranità e di libertà possono variare molto a seconda delle scelte che si possono fare:
- Si può basare su un portafoglio elettronico ricaricabile (token dedicato), può essere gestito da un sistema a mastri distribuiti, come le criptovalute, o legato a un conto nominativo;
- Può essere “convertibile” e quindi necessario di riserve oppure del tutto fiat e irredimibile;
- Può essere strutturato in modo che sia necessario un intermediario per la transazione ovvero che questi intervengano solo per gli aspetti strettamente contabili, anche a seguito di operazioni off-line condotti da pari a pari tra gli operatori;
- Può essere anonimo e quindi al portatore, ovvero nominativo;
- Può dare interessi ai suoi titolari oppure no.
E quindi, ancora una volta, la scelta sul come emetterle è una scelta eminentemente politica. La tecnologia – come sempre – ci dà solo le possibilità, ma non ci detta la soluzione. Inutile però ignorarla del tutto.
(Il presente articolo ha fatto ampio uso di un documento emesso dalla Banca Mondiale: “Central Bank Digital Currency – A Payment Perspective” – 2021)
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