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Formazione professionale in Sicilia: la soluzione finale

C’era un tempo il precariato in Sicilia: gli articolisti, i forestali, gli LSU, gli addetti alla formazione professionale, ed altre diavolerie varie che la classe politica coloniale, a partire dagli anni ’70/ ’80 circa, si è inventata per comprare, letteralmente, il consenso dei sudditi coloniali siciliani.

Un grande voto di scambio su scala industriale.

C’era in questo calderone il grande polmone della Formazione Professionale, gestito da sindacati compiacenti e famigli di politici di grido, dove si formava ben poco (con alcune brillantissime eccezioni, come quella dei Salesiani, ma appunto eccezioni) e si distribuivano magri ma sicuri stipendi. Funzionava così: un po’ di autonomia finanziaria era lasciata alla Regione, che poi la usava per comprare voti e pregiudicare così lo sviluppo che si sarebbe potuto ottenere con le spese realmente produttive.

Ma questa ormai è storia, passata e trapassata.

Da tempo, da molto tempo, questi soldi la Regione non li ha più. La formazione professionale regionale siciliana, un tempo un esercito senza paragoni in Italia, è stata definanziata, asciugata, prosciugata. La crisi finanziaria dello Stato italiano si è abbattuta sulla Regione, che si è vista derubare (senza protestare, ovviamente) delle sue già magre risorse. E così gli “enti storici” sono entrati in crisi, i sindacati sono fuggiti dal business, qualche politico è stato arrestato…. La formazione professionale classica, quella clientelare, è stata oggetto di un progetto di macelleria sociale che almeno aveva, da un punto di vista economico, una sua logica: tagliare il carrozzone improduttivo. Vero è che si è fatta macelleria di esseri umani, gravissimo, ma questo sarebbe dovuto attenere a una questione di assistenza sociale, e non più di carattere produttivo.

In tono minore, ciò nonostante, la formazione professionale ha continuato a vivere, negli ultimi 15 anni circa, con i fondi europei. Nulla dà lo Stato, perché nulla ha e comunque nulla dà. La Regione, con una piccola compartecipazione di fondi propri, è riuscita così a tenere in vita un settore che oggettivamente si è – per forza di cose – un po’ moralizzato. E che un po’ ci vuole. Ci sarebbe ancora molto da fare per rendere la formazione professionale in linea con i bisogni del mercato del lavoro, ma comunque la formazione professionale c’era, con il bubbone a esaurimento degli enti “tradizionali”, ormai in via di smantellamento, ma in condizioni di sopravvivenza.

Adesso però si arriva alla “soluzione finale”. La rapina statale dei fondi regionali è arrivata al punto di non ritorno, al punto in cui la Regione non può chiudere i bilanci se non al prezzo di un taglio drastico di tutti i servizi pubblici che, in Sicilia, non sono garantiti dallo Stato ma dalla Regione stessa, in quanto amministrazione coloniale non dichiarata in quanto tale.

E quindi non solo tutti i Comuni sono al dissesto (ne abbiamo parlato di recente). Ma non c’è più una lira per cofinanziare la formazione professionale.

Risultato?

I fondi europei, non cofinanziati, non bastano più, e gli enti, semplicemente, chiudono i battenti.

Ci si avvia a licenziamenti collettivi e alla totale dismissione e chiusura del settore.

Nel giro di vent’anni la Sicilia passa da un estremo all’altro: da un settore della formazione elefantiaco e inutile, alla totale assenza del settore, con grave danno all’occupazione (nel settore) ma anche e soprattutto al mercato del lavoro che si vede privato di una infrastruttura immateriale che esiste (credo) in tutta Europa. Nel suo abbraccio mortale l’Italia imporrà ai giovani (e meno giovani) che vogliono imparare un “mestiere” o di fare la valigia o di svolgere una mansione generica, dequalificata, sicuramente malpagata, e impedirà alle imprese siciliane di trovare in loco una manodopera sufficientemente formata.

Capisco però che nell’era “post-pandemica” di economia non interessa più niente a nessuno…

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